Siponto
Dicemmo già altrove come nell'epoca eocenica, l'attuale pianura dauna fosse coperta interamente dalle acque, mentre il Gargano, spingendosi con una faglia trasversale fino a raggiungere il continente illirico, formava un mare chiuso, chiamato Adria.
Gradatamente le acque, essiccandosi, mostrarono tutta la pianura, asciutta e vegetante del Tavoliere di Puglia, solcata da tre gagliardi fiumi: il Cervaro, l'Ofanto e il Candelaro.
L'impeto di questi, abbassando i fondali dei solchi stessi al livello del mare, lasciavano ad esso libero varco per invadere e sommergere tutto il territorio, fra Monte Aquilone e la zona avvallata della pianura. La plaga, ridottasi per tanto ad una profonda insenatura di mare, permetteva e facilitava le comunicazioni navigabili fra Siponto e le città finitime.
In questa epoca imprecisa, ma molto remota, comparvero le prime tracce della vita umana, e il nostro assetto è confermato da una nota apposta nel Museo Etnografico di Roma (sala XXVII, scaffale 12), che è così concepita: «Nel Gargano, pertanto, come in altre regioni, nuclei di gente primitiva continuarono a vivere nell'età neolitica, modificando le proprie industrie».
Donde quella gente fosse venuta non fu mai potuto precisarsi. Però determinate constatazioni e induzioni logiche, fanno opinare che abbiano prima abitato i monti, scendendo a grado a grado alla pianura a misura che procedeva la decrescenza delle acque. Infatti, sulle vette dei monti garganici, anche oggi è facile trovare primitive armi di pietra e manufatti di terracotta, mentre in certi antri trogloditici delle valli si riscontrarono fusaroli in pietra tenera e pènsili tessitori, molti dei quali sono esposti nel Museo Storico di Bari.
Secondo l'opinione dello storico Sarnelli, il luogo di Siponto esisteva ed era così chiamato fin dall'anno 1700 della Creazione ed era abitato da tribù nomadi.
Cominciò invece ad avere vita di città verso l'anno 4019, ossia 694 anni prima di Cristo, quando Roma già contava 60 anni ed era governata da Anco Marzio.
Come la maggior, parte delle antiche città dell'Apulia, anche Siponto si vuole che fosse stata fondata da Diomede, re d'Argo, allorchè, reduce dall'assedio di Troja e navigante, con un manipolo di audaci, alla ventura per l'Adriatico, aveva ammainato le reti presso le isole Tremiti. Molti sostengono che Siponto fosse stata occupata dai Greci di Creta, ma il Gregorovius lo esclude.
Il nome è strettamente analogo nella forma alla denominazione di altre città della plaga pugliese come Hydruntum (Oltranto), Butuntum (Bitonto) ecc., mentre la derivazione greca di Siponto Sipus è attribuita con probabilità alla doviziosa abbondanza di seppie che ancora oggi rendono famosa la linea litoranea del golfo.
La forma greca di Sipus è adottata anche dai poeti romani Silio Italico e Lucano.
Lungo la laguna sipontina altre città sorsero in seguito, mentre, nell'interno, sulle sponde fluviali, già esistevano Arpi, fra il Candelaro e il Sàlsola, Luceria a monte del torrente Triolo, Canne sull'Aufido od Ofanto.
Da Siponto quindi, potevasi accedere in barca oltre che nei suddetti territori, anche a Santa Pelagia e a Salpi che erano tenimenti rivieraschi creati, dalla industre mano dei sipontini.
Il Sarnelli nella Cronologia dei Vescovi Sipontini ammette che a Siponto governarono sette re: Sem, Appulo, Jafet, Japige, Pilunno, Dauno e Diomede. In seguito, con l'invasione greca, Siponto mutò forma al governo, e a simiglianza di Atene ebbe i Consoli i Dittatori, i Pretori, i Tribuni della plebe, gli Annonari, i Diceti per la riscossione delle imposte, gli Edili, gli Agoneteti per la direzione dei giuochi e i Ginnasiarchi per le scuole. Sempre sullo stile greco ebbe anche i cantori, i musici, i poeti, gli oratori, e durante quella dominazione si successero ben 36 Duci delle Armi, i quali avevano le prerogative e il grado degli attuali generali in capo.
L'indipendenza della Repubblica Sipontina fu turbata più tardi dai Romani, ma non fu soffocata, perchè quel nobile popolo seppe opporvisi con una tenacia veramente ammirevole, tanto che dopo alterne vicende, poteva definitivamente liberarsi da quella influenza.
In questo lasso di tempo, Siponto fu abbellita e ampliata e si arricchì tanto sfarzosamente da possedere colonne marmoree fiorite di capitelli così meravigliosi, che sopravvissuti, ora si vedono abbandonati, ma sempre resistenti all'incuria del tempo e purtroppo anche a quella degli uomini.
La città fu cinta da un doppio ordine di mura e vennero costruiti tre castelli: il primo al lido, l'altro, nell'abitato e il terzo fuori della città, chiamato poi «Rocca della guardia montana».
Il porto era sicurissimo e di facile approdo. Le fondazioni della banchina anche ora possono vedersi nella parte retrostante all' antica fabbrica di Manzini, in prossimità della fontana di Siponto. Inoltre, Siponto ebbe innumerevoli edifici di pregio artistico e di importanza civica: dodici curie in forma di piccoli templi e rispettivi porticati, un Circo Agonale, l'Anfiteatro, il Teatro della Repubblica Sipontina, tre archi trionfali, il Palazzo delle Scienze e delle Arti, il Palazzo Vescovile, centosedici palazzi patrizi, il Gran Duomo sipontino, monasteri, conservatori, ospedali, un grande ospizio detto del «Pellegrino al Gargano», una grandiosa necropoli, moltissime case di abitazioni plebee ed altre civiche istituzioni. E’ facile quindi immaginare quali proporzioni e a quale importanza era pervenuta la città. Non a torto lo storico Angiulli ebbe a scrivere che: «fino all' anno 642, escluse Roma e Ravenna, niun’altra città d'Italia aveva maggiori e migliori edifici di Siponto».
Come luogo di delizia estiva, i sipontini avevano costruito sulle pendici garganiche, Mattinata, che fù celebre per il naufragio di Archita, rinomato capo di eserciti e inventore di un colombo volante, che ricorda forse i primi tentativi dell'aeroplano.
In prossimità del lago Varano, esisteva la città di Uria, i cui abitanti compivano sovente scorrerie nei territori vicini. I sipontini la ridussero tosto alla discrezione e la dichiararono colonia sipontina.
Anche Brindisi, in seguito, divenne colonia di Siponto, per averla liberata dalle continue molestie del popolo di Taranto.
Intanto Alessandro il Molosso, re dell'Epiro, verso l'anno 330 a. C., era sceso in Italia con l'intenzione di impossessarsi di Siponto, ma fu respinto dal valore di Eumidio, duce della città. Dopo qualche tempo, però, re Alessandro, che si era legato ai Bruzii e ai Lucani, fu ucciso da un guerriero presso il torrente Arconte.
La magnificenza di Siponto non tardò a lusingare le mire egemoniche di Roma, che dopo aver assoggettato Taranto a colonia, pensava di fare altrettanto con Siponto. Diverse battaglie furono combattute, ma il risultato rimase incerto o non giunse fino a noi. Intanto una sequela di iatture si riversavano sulla città. Molti terremoti, portando lo sgomento, impaurirono i superstiti, che furono costretti a riparare in altre terre della Daunia.
Lo stato di depressione in cui si trovavano le genti sipontine, indussero i Romani ad approfittare del momento. Un esercito vi fu quindi inviato e dopo alternative di vittorie e di sconfitte. Siponto, che nel frattempo si era alleata coi Sanniti e i Pugliesi, fu vinta e ridotta a colonia romana dal Console Rulliano, il quale, per questa memorabile gesta, si vide onorato in Roma con un marmoreo monumento.
In seguito però i Romani furono scacciati: l'indipendenza del popolo sipontino non consentiva difatti che la città potesse altrimenti conservarsi ancella di nuovi governi. Roma, invece, non recedendo dai suoi propositi, promosse nuove guerre che resero Siponto per altre volte colonia romana.
Dopo la battaglia di Canne, Siponto fu scelta a dimora di Annibale e dichiarata città libera. Più tardi, Annibale, reduce vittorioso dalla battaglia del passo di Terracina e di Casilina, si ritirò a Salpi, ove, sembra che si abbandonasse alle grazie leziose di una donzella pugliese, conducendovi una molle vita di ozi sensuali. I Romani, che ne seguivano le mosse, gli mandarono contro un esercito al comando dei Consoli Fabio Massimo, Marcello e Scipione l'Africano, il quale ultimo attaccò e sconfisse Annibale, scacciandolo dalla plaga di Puglia.
Perciò il Petrarca in una lassa del Trionfo d'Amore, così ebbe a cantare:
« l'altro è il figliol di Amilcare e nol piega
« in cotant'anni Italia tutta e Roma:
« vil femminella, in Puglia, il prende e il lega ».
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